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Una profonda e innovativa operazione di marketing culturale studiata nei minimi dettagli, quella del British Museum di Londra, che con la Mostra “Life and death Pompeii and Herculaneummette in scena Pompei e l’Antica Roma ricostruendo i suoi spazi abitativi e facendo rivivere i suoi protagonisti in una dimensione attuale. Un progetto imponente e vincente, che sta richiamando molti più visitatori del previsto e sta già facendo registrare il “sold out” per i prossimi mesi, e dal quale il sistema di promozione turistico-culturale italiano dovrebbe prendere spunto.

Note dolenti. La classifica annuale di visitatori nei musei del mondo, redatta dal Giornale dell’Arte & The Art Newspaper, fa registrare un calo generalizzato di tutti i musei italiani, delle antichità e del contemporaneo. Per dirla alla Sgarbi: “La Repubblica italiana non è fondata come dovrebbe essere sulla bellezza, che ne è la prima incontrastabile caratteristica, ma sul lavoro. Faticherei ad obiettare, perché il lavoro è la condizione prima della libertà”. Allora di chi è la colpa?  Per Sgarbi, è facile trovare il capro espiatorio nel sentimento di assuefazione alla bellezza del nostro territorio da parte di chi lo abita. Noi italiani e i nostri politici.

Valorizzare il territorio nell’era digitale significa, innanzitutto, essere consapevoli della necessità di integrare le tradizionali strategie di comunicazione con la rete Internet e con le numerose possibilità di consultazione che essa offre.

La sentenza di condanna è già stata emessa. Inappellabile, e soprattutto personale: Massimo Bray è inadatto (“unfit”, direbbe forse The Economist riprendendo un titolo di qualche anno fa) a svolgere il ruolo di ministro dei Beni Culturali e del Turismo.

Non va bene, non ha le competenze ed è la persona sbagliata nel posto sbagliato, dicono molti commentatori, compreso un insolitamente tranchant Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera.

Meglio una minestra oggi o mille minestre domani? Messa giù così, è difficile schierarsi dalla parte dell’oggi, anche se un vecchio adagio insegna che l’uovo odierno è da preferire alla gallina futura. Ma se fossimo certi che l’attesa, il sacrificio temporaneo, generasse un adeguato (e meritato) ritorno economico, sarebbe da ingenui, e forse da sprovveduti, rinnegare un investimento prediligendo un risultato immediato ma di scarsa durata.

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