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E se per il Brasile i mondiali fossero un autogol più grave di quello con cui ieri Marcelo ha messo in difficoltà la Seleçao?
Il dubbio è suffragato da diversi elementi, e la paura è che si verifichi un disastro economico e sociale simile ma di dimensioni molto maggiori rispetto a quello che ha colpito la Grecia dopo le Olimpiadi di Atene 2004.
Certo, il Brasile e la Grecia sono due Paesi enormemente diversi, per dimensioni, popolazione e anche per potenzialità economiche. Ad accomunarli, tuttavia, rischia di esserci una scommessa persa. Perché organizzare un maxi evento come i Mondiali di calcio è una vera e propria scommessa per il Brasile: soldi, tantissimi soldi, puntati su un numero, quello dei turisti attirati durante e dopo la competizione mondiale.
Bill De Blasio, il sindaco italo americano di New York, qualche giorno fa ha annunciato che la Grande Mela rinuncia a candidarsi per le Olimpiadi 2024. "Il nostro brand turistico è già forte, non abbiamo bisogno di farci conoscere" ha spiegato De Blasio, ricordando un proverbio newyorchese secondo cui "se una cosa non è rotta, non aggiustarla" e lasciando intendere che in sostanza non vale la pena investire milioni e milioni di dollari per rafforzare un'immagine già forte.
Il Brasile, evidentemente, ha un'opinione diversa da quella di De Blasio. Pur avendo un'immagine universalmente nota, e un brand turistico di straordinario impatto (alzi la mano chi non ha mai sognato un viaggio a Rio, in Amazzonia, a San Paolo...), ha infatti perseguito l'obiettivo World Cup per attirare su di sé i riflettori del mondo.
Ed è proprio qui il senso della scommessa: in questi anni il governo brasiliano ha investito circa 9 miliardi di euro per presentarsi in ordine al mondiale (senza contare che tra due anni ci saranno anche le Olimpiadi di Rio de Janeiro). Un investimento fatto con la convinzione, basata sulle esperienze altrui, di poter ripagare le spese in un mese e di poter guadagnare grazie ai turisti internazionali nel medio e lungo periodo.
Ma le drammatiche proteste che attraversano il Brasile ormai da anni, e che in questi giorni sono state viste da tutto il mondo, stanno a dimostrare che milioni di brasiliani non sono d'accordo con la scommessa mondiale-olimpica del governo Rousseff, e che avrebbero preferito di gran lunga che quei 9 miliardi di euro fossero spesi per aiutare le fasce più disagiate della popolazione.
Certo, se la scommessa fosse vinta, nel più o meno immediato futuro i 9 miliardi potrebbero diventare molti di più grazie all'iniezione di denaro proveniente dai turisti internazionali. Tuttavia, tornando alle immagini di scontri e proteste che non hanno risparmiato la cerimonia inaugurale, viene da pensare che i riflettori puntati sul Brasile potrebbero diventare un clamoroso autogol. Come insegnano i casi di Thailandia ed Egitto, infatti, i viaggiatori sono molto attenti alla sicurezza dei luoghi in cui si recano, e se hanno paura di un posto vanno altrove, senza farsi troppi problemi.
Ed ecco prendere forma l'incubo Grecia, precipitata in una crisi profondissima proprio dopo gli sforzi economici profusi per le Olimpiadi del 2004. Certo, l'economia brasiliana è molto più forte, e negli ultimi anni ha fatto letteralmente passi da gigante. Per questo la scommessa mondiale aveva e continua ad avere un senso.
Ma se le cose dovessero peggiorare ulteriormente, danneggiando profondamente l'appeal turistico del Paese, il Brasile potrebbe rischiare un esito persino più drammatico del 1950, quando si registrarono suicidi di massa dopo la finale persa al Maracanà contro l'Uruguay di Ghiggia e Schiaffino. A prescindere dal risultato del campo, che pure, stando a quanto visto ieri sera, potrebbe non arridere alla nazionale verdeoro.

 

Claudio Pizzigallo - Marketingdelterritorio.info

Twitter @pizzi_chi

 

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