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Zone rurali, parchi e cieli stellati: le prospettive del cosiddetto "astroturismo" nel mondo e in Italia e lo sviluppo di un'offerta sostenibile

L'osservazione del cielo notturno è sempre stata parte delle attività umane sin dalla preistoria, non solo a fini di contemplazione o ispirazione poetica, ma anche per ricerca in campo astronomico e supporto alle nostre attività “terrestri”.

Con il progresso tecnologico, la società si è in un certo qual modo “svincolata” dalle stelle per molti aspetti pratici, come il tenere traccia del tempo e delle stagioni, o per la navigazione. Il cielo stellato costituisce comunque una risorsa essenziale per gli astrofili, che oltre a svolgere attività di osservazione in proprio hanno spesso responsabilità di gestione di osservatori importanti anche per attività di divulgazione verso il pubblico. Con la progressione dell'inquinamento luminoso nelle zone circostanti le città, la possibilità di svolgere osservazioni interessanti viene relegata a zone rurali che possono quindi trasformare la scarsità di infrastrutture e di residenti (e quindi il minor livello di inquinamento luminoso), in un'attrattiva che può essere valorizzata.

Il nostro antenato preistorico non si poneva questo problema. Una volta risolta la questione cibo e quella riparo, nei rari momenti di relax di cui godeva poteva sicuramente apprezzare da pochi passi fuori da casa un cielo notturno che oggi può essere trovato solo in zone molto remote. Tra le mete internazionali ambìte da viaggiatori e turisti per l’osservazione delle stelle possiamo citare i deserti della Namibia, l’Arizona, le Hawaii. In Europa, si vanno a vedere le stelle alle Canarie o in Ungheria, piuttosto che altri fenomeni celesti come l’aurora boreale nell’estremo nord del continente. Anche in Italia esistono destinazioni conosciute agli osservatori delle stelle, come testimoniato da “star party” in varie località, tipicamente montane. Tali territori possono quindi godere di presenze di turisti attratti dalla qualità del cielo notturno.

Il cielo notturno come opportunità di promozione del territorio è riconosciuto in diverse regioni del globo: in Andalusia già dal 2014 si tengono giornate informative dedicate al cielo notturno come risorsa turistica. Per non ignorare l’Italia, la Regione Toscana nell'ultima versione del Piano Ambientale Energetico (PAER) ha incluso una sezione dedicata a “la risorsa cielo notturno”, e la Regione Veneto da qualche anno ha avviato un programma interessante di valorizzazione dell’altopiano di Asiago, in cui per alcune notti vengono spente le luci, in modo da consentire l’osservazione del cielo in condizioni molto migliori di quelle quotidiane (dati gli altissimi livelli di inquinamento luminoso della pianura Padana, che influisce anche su tutto il versante italiano delle Alpi).

Una volta identificata una specificità da tutelare e promuovere, uno dei tipici passi successivi è la creazione di marchi e certificazioni per attestarne l’eccellenza. Tale processo, applicato da forse più di 30 anni a svariati temi e settori, ha toccato anche il cielo notturno. Uno schema di riferimento è quello proposto dalla International Dark Sky Association (IDA). Questa è stata la prima realtà associativa a strutturarsi sul tema inquinamento luminoso, negli USA alla fine degli anni Ottanta, e la prima a proporre un protocollo che consente di qualificare un territorio dal punto di vista della qualità del cielo notturno.

Tipicamente, la zona è costituita da un parco o una riserva naturale, cui già viene riconosciuto un pregio ambientale particolare, e nella quale vengono messe in pratica specifiche misure di controllo della luce artificiale notturna.

A oggi le aree riconosciute dalla IDA sono una cinquantina, di cui 31 negli Stati Uniti, a conferma dell'impronta statunitense dell'associazione. Le prime aree riconosciute in Europa si sono avute nel 2009, in Scozia e Ungheria, e ad oggi se ne contano complessivamente 16, di cui 8 nel Regno Unito (a conferma dell’impronta anglofona dello schema). Le rimanenti aree sono suddivise tra Germania, Francia e Spagna.
Un modello alternativo a quello della IDA è quello della “Starlight Reserve”, nato nel 2007 a seguito della dichiarazione de La Palma (Canarie), sottoscritta da numerose autorità mondiali nel campo dell'astronomia e della mitigazione dell’inquinamento luminoso.
Indipendentemente dall'affiliazione, ambedue i modelli si basano sull'identificazione di un “nucleo” centrale, in cui praticamente si esclude la presenza di luce, e una serie di fasce di rispetto nelle quali, allontanandosi dal nucleo centrale, si applicano soglie meno stringenti per l'illuminazione utlizzabile. Ambedue i modelli hanno poi un denominatore comune: sono stati pensati da gruppi con una forte presenza di persone che guardano “in su”. Astrofili, astronomi e astrofisici. Ciò non è accaduto per caso, ma perché queste sono state le prime comunità, già da fine ‘800, a percepire il problema inquinamento luminoso.

Grazie agli sforzi congiunti di questi due gruppi di interesse, il cittadino italiano incuriosito dal cielo stellato e alla ricerca di zone di eccellenza può quindi andare a visitare ad esempio il Parco Astronomico di Montsec, in Catalogna, o il parco delle stelle di Zselic, in Ungheria. Budget permettendo, può impegnarsi in trasferte intercontinentali per cercare cieli ancora più esotici.

Magari non tutti sanno che potrebbe anche fare un viaggio in Sardegna, o sui Nebrodi, sul Pollino, o magari anche a un’ora a sud di Siena o due a nord di Roma, e trovare cieli notturni di qualità paragonabile a quelli di mete astrofile remote.

La creazione di un parco delle stelle in Italia costituisce un obiettivo non nuovo (vari soggetti a vario titolo ne parlano da quasi dieci anni) ma molto ambizioso, stante le condizioni operative non facili dei parchi.

A questa difficoltà bottom up se ne aggiunge una top down. Seguendo da quasi dieci anni questa materia, viene da pensare che gli schemi di certificazione IDA e Starlight potrebbero non sempre essere il veicolo ideale per la promozione di un territorio, per la difficoltà nel considerare le specificità e il ruolo dei soggetti locali, che in Italia e in molte terre non anglofone sono “il sale” della fruizione del paesaggi e non solo di quello.

In risposta a queste istanze, il progetto BuioMetria Partecipativa (BMP), con cui un gruppo di esperti in ingegneria ambientale, geomatica e gestione del territorio dal 2008 promuove in Italia il cielo notturno come risorsa, invita chiunque sia interessato a collaborare. Terminata la partecipazione al progetto comunitario Loss of the Night, in cui i referenti del progetto, assieme all’istituto di Biometeorologia del CNR di Firenze sono stati rappresentati dell’Italia nel comitato di gestione, il progetto BMP sta da qualche mese elaborando un piano di attività che abbraccia tutto il 2017 e per alcune parti vede già la prima metà del 2018.

Il prossimo appuntamento sarà per il 17-18-19 dicembre con il Festival d’inverno in Val di Farma, dopo di che ci ritroveremo in gennaio.