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"Non ci vuole molto a capire Napoli" scrive Rachel Donadio sul New York Times. "Una volta che ti fai strada tra il traffico indisciplinato, i clacson, la gente del posto che grida in dialetto stretto lungo viuzze costellate di biancheria stesa ad asciugare, oltre le giarrettiere di pizzo nero in mostra nelle vetrine, al di là delle teche votive alla Madonna con neon blu e fiori di plastica incastonate nelle pareti dei palazzi, oltre le chiese decorate con teschi incisi, le donne strizzate nelle loro camicie e con i tacchi a spillo, gli immigrati che vendono borse taroccate, gli adolescenti senza casco che guidano motorini contromano, e gli odori di caffè forte e pasta fritta, di vongole fresche e della brezza marina... è subito chiaro che due forze primordiali governano il magnifico caos di una città: la vita e la morte".

 

È un lungo ed emozionante articolo quello che il prestigioso quotidiano statunitense dedica a Napoli e al suo straordinario patrimonio di bellezza intrisa di storia e cultura. Un reportage scritto da una giornalista di chiare origini italiane, che in passato è stata per anni a capo dell'ufficio di Roma del Nyt, ma che nella città partenopea ha sempre lasciato "piezz 'e core", tanto da dichiararsi fin nel titolo del suo pezzo "Sedotta da Napoli".
"Forse è la sua posizione, su quella vasta baia che si affaccia su Capri, perfetta per un set cinematografico, e sul suo cugino più povero, Ischia, e con il vulcano storicamente più attivo del mondo sulle spalle della città, il Vesuvio, inevitabile 'memento mori'. O forse è la storia della sua colonizzazione – prima i Greci, poi i Romani, i Normanni e dopo di loro gli spagnoli, e più tardi ancora gli italiani, oltre alla persistente presenza della criminalità organizzata. Ma questa è una città che le ha viste tutte, è sopravvissuta tra tante difficoltà, e che, se avete la pazienza di esplorarla, vi conquisterà e non vi lascerà più andare".
L'incantesimo di Napoli sa essere molto potente, scrive la reporter americana. "Più della sobria ed elegante Firenze o della presuntuosa Roma, con la sua perfetta bellezza in rovina, e più ancora della spirituale Venezia, direi che è la rozza, povera e un po' minacciosa Napoli a essere una delle città più romantiche del mondo".
Un amore che affonda le proprie radici nel passato, quello tra la corrispondente del settore cultura del New York Times e la città simbolo della Campania, anche se la reporter sedotta non ne nasconde i difetti: "Ho visto per la prima volta Napoli diversi anni fa, quando lavoravo come babysitter a Roma. Era inverno. Il famoso mercatino di Natale della città era in pieno svolgimento, come lo è ora. Ero in viaggio con un gruppo di studiosi e di archeologi. Ci portarono in ogni chiesa della città, una dopo l'altra, e non ricordo molto, oltre al consiglio di fare attenzione alla mia borsa (sempre un buon consiglio. A Napoli, la criminalità di strada è veloce e reale). Sempre vivendo a Roma, sono tornata l'estate successiva e siamo stati nel quartiere borghese e verdeggiante del Vomero [...]. Nella stanza d'albergo, una finestra offriva una vista mozzafiato sulla baia sottostante, con le navi che scivolavano nel porto sotto un sole estivo, e l'altra si apriva sul fianco della collina sovrastante. Conquistata dal mix seducente della città, tra incombente recinto e possibilità aperte, ho giurato di tornare a Napoli, ancora e ancora. E così ho fatto".
"Negli anni ho vissuto a Roma, ma ogni volta che volevo scappare da quella città paludosa, con la sua oppressiva stanchezza di vivere e la sua capacità perenne di sedurre, ma mai di sorprendere, mi sono diretta a Napoli – e lo faccio ancora – per una sicura scarica di adrenalina, uno schiaffo in faccia" prosegue il reportage.
Rachel Donadio ricorda i luoghi visti e le sensazioni vissute a Napoli rivelando una grande emozione e un grande trasporto emotivo: "A volte parto dal Caffè Mexico in Piazza Dante, per un espresso perfetto o per un 'caffè shakerato' [...]. Poi mi rilasso passeggiando tra le librerie dell'usato che costeggiano la via che conduce a Piazza Bellini, [...] nel cuore antico della città, Spaccanapoli [...]. La zona è ora un labirinto di vicoli, chiese, pizzerie e negozi che vendono le famose statuette per il presepe di Natale. Ci sono innumerevoli Sacre Famiglie, tra quelle statuette, ma anche piccoli artigiani intenti nei loro mestieri – il panettiere mette le sue pagnotte nel forno, il pescivendolo con i piccoli pesci argentati – e piccole rappresentazioni di stelle del calcio e della politica, talvolta inghiottite tra le rosse fiamme rosse dell'inferno".
Dopo la descrizione dell'atmosfera natalizia, Donadio parla dell'arte disseminata sul territorio napoletano: "Nel cuore di Spaccanapoli si trova una delle grandi meraviglie di Napoli: le 'Sette opere di misericordia' di Caravaggio, sicuramente uno dei dipinti più strani e mozzafiato di tutta la storia dell'arte. L'imperscrutabile dipinto è nascosto nella piccola chiesa del Pio Monte delle Misericordie, all'interno di un palazzo così modesto e ingrigito dallo smog che un visitatore potrebbe passarci davanti del tutto inconsapevole. Al contrario, l'altra grande opera di Caravaggio in città, 'La Flagellazione di Cristo', presso il Museo di Capodimonte, è in mostra con solennità, posta alla fine di un lungo e suggestivo corridoio [...]. Ogni volta che ho visitato Capodimonte, un tempo residenza di caccia dei sovrani borbonici di Napoli e oggi uno dei più grandi musei del mondo, era quasi vuoto, segno che questa città è ancora parzialmente da scoprire".
Il reportage del New York Times cita poi il Museo Archeologico, visitato dai crocieristi di passaggio e parzialmente chiuso per questioni economico-burocratiche – "Non stupitevi se molte stanze sono chiuse, il museo dice che mancano i fondi per le guardie"; la sezione del Gabinetto Segreto e la sua collezione di antichità a sfondo erotico raccolta dalla famiglia Farnese – "Alcuni pezzi sono stati ammassati da un cardinale Borgia con gusto interessante, ma la maggior parte sono stati scoperti a Pompei e nella vicina Ercolano, portando alcuni moralisti cristiani del passato a credere che quelle città siano state distrutte dal Vesuvio come punizione divina"; l'ex convento di San Martino raggiungibile con la funicolare. Successivamente, viene tratteggiata a grandi linee la storia antica di Napoli, dai primi coloni greci dell'VIII secolo a. C. insediatisi a Cuma alla fondazione di Parthenope, poi divenuta Neapolis: "Ancora oggi, si può intuire che Napoli fu una città greca. È grazie alla luce, che è più forte e più chiara e si sente più antica ed essenziale qui e in tutta la Magna Grecia che a Roma, con il suo rosa più delicato, o che nel Nord Italia, con la sua luce sottile e le sue innumerevoli sfumature di grigio".
Tra una citazione dell'Eneide di Virgilio e una del "Viaggio in Italia" diretto da Rossellini nel 1955, Donadio ricorda poi con amarezza e un po' di rabbia la sua esperienza di visitatrice alla Grotta della Sibilla (o Grotta delle Fate): "Insieme a un amico e io, ci andai in un pomeriggio piovoso. Un gruppo di guardie baffute ci salutò senza chiederci di pagare. All'interno, eravamo gli unici visitatori. La grotta è un lungo tunnel con pochi e stretti spiragli per la luce. Dai boschi, è possibile vedere il mare sottostante. Ho trovato questo luogo profondamente deprimente. La pioggia, il peso della storia, mi hanno riempito di tristezza, un senso di inutilità dello sforzo umano. È solo a questo che sono serviti così tanti secoli di civiltà, ad avere un territorio infestato dalla camorra e sfregiato dal cemento e dalle strade dissestate?".
"Il passato della città pare a volte risplendere più del suo presente" scrive ancora la giornalista del Nyt, che ricorda l'eredità storica e culturale degli Angioini e dei Borboni, e l'epoca del Regno delle Due Sicilie: "Allora, il sud italiano era di gran lunga più ricco del nord impoverito. Dopo l'Unità d'Italia, il tenore di vita e il reddito pro capite nel sud crollarono. E ancora oggi, molti a Napoli ritengono che il Sud stava meglio prima dell'unificazione". Donadio cita poi il presente della città, i tentativi del sindaco De Magistris di risolvere l'annosa questione dei rifiuti, la ribellione dei napoletani all'occupazione nazista nel 1944, e poi ancora il miracolo del sangue di San Gennaro"A Napoli, l'istinto di sopravvivenza si alterna ad atti di fede" – e il celebre e fatalistico motto "O Francia o Spagna purché se magna".
Così, tra una pizza Margherita che "è come un bacio sulla fronte", "il cibo che rimane impresso nella mente", il commovente articolo del New York Times dedicato a Napoli si conclude con un'immagine romantica e suggestiva: "Un giorno d'inverno ero con degli amici alla pasticceria Scaturchio, famosa per le sue sfogliatelle [...]. Abbiamo maldestramente provato a mangiarne qualcuna camminando, finendo con il ridere così forte che abbiamo riempito di zucchero bianco tutti i nostri cappotti scuri. Passammo davanti alla chiesa del Gesù Nuovo, con strani simboli mistici scolpiti nella facciata, ed entrammo nel chiostro della chiesa di Santa Chiara, un giardino allineato con scene colorate maioliche del Vecchio Testamento. Stava facendo sera. In alto, sopra le pareti del chiostro, il cielo divenne di un blu rosato. Il mondo era lontano. I suoni della città si attenuavano. Fuori, i ragazzi giocavano a calcio nel cortile della chiesa. Eravamo a Napoli, come così tanti prima di noi, sospesi tra il sacro e il profano, il silenzio del chiostro e il caos del mondo". "Campa un giorno e campalo bene" scrive in italiano la giornalista, ed è difficile, dopo questa lunga dichiarazione d'amore, resistere alla voglia di visitare la meravigliosa Napoli.

G.D.

 

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(Nella foto, "Vesuvius" di Andy Warhol)