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Per l’Italia al momento non si prevedono contraccolpi negativi. Solo per Valle d’Aosta e Campania quello della sterlina è il primo mercato estero

Gli operatori del turismo si interrogano in questi giorni sulle ricadute della cosiddetta Brexit sull’economia europea. Gli effetti sulla vita quotidiana e anche sul turismo, uno dei settori che meglio rappresenta la globalizzazione del mondo di oggi, sono oggetto di attente analisi ma in base alle prime considerazioni sul turismo non dovrebbero a breve esserci contraccolpi pesanti.
I principali mercati di destinazione dei britannici si collocano infatti al quarto posto tra i generatori di turismo outbound nel mondo con quasi 60 milioni di partenze annuali e una spesa di oltre 63 miliardi di dollari, preceduti soltanto da Cina, USA e Germania (fonte: Touring Club).

Ad oggi i rapporti di forza tra sterlina ed euro, anche dopo i risultati del referendum, non sono così diversi da quelli che avevano caratterizzato il periodo 2010-2014, quando i flussi outgoing UK verso l’Europa erano aumentati di quasi il 3%. Non sembra così probabile, dunque, una fuga dei britannici dalle destinazioni di vacanze consolidate. Inoltre, anche se ipotizzassimo che le differenze di cambio possano influire sul loro comportamento, per le vacanze estive 2016 optare su mete alternative di breve/medio raggio non è così semplice. Nel bacino del Mediterraneo una serie di fattori contingenti (ovvero flussi migratori e minacce terroristiche) scoraggiano ormai la scelta di località diverse da quelle europee: non è un caso, infatti, che Paesi come Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Malta e Spagna abbiano registrato sul breve periodo tutti segni positivi, a dispetto di destinazioni un tempo molto competitive come Egitto, Marocco, Tunisia e Turchia che presentano cali anche molto pesanti.
Resta, però, un’incognita sul futuro, ovvero su ciò che accadrà dopo che – definiti i “trattati di uscita” – il Regno Unito sarà fuori dalla UE. In questo nuovo scenario potrebbero soffrire maggiormente i Paesi europei che per quasi l’80% rappresentano le destinazioni outbound preferite dai britannici e, in particolare, la Spagna che con oltre 12 milioni di arrivi raccoglie il 20% dei flussi britannici in Europa, seguita dalla Francia con quasi 9 milioni (15%). L’Italia con circa 3 milioni di partenze dal Regno Unito ha una quota molto ridotta: appena il 5%. Dal punto di vista della spesa, oggi il mercato UK per la Spagna vale oltre 6 miliardi di sterline, 3,5 miliardi per la Francia e 1,7 per l’Italia.

Per il nostro Paese, quindi, un ridimensionamento del mercato britannico avrebbe certamente delle conseguenze limitate. Per il nostro incoming, infatti, la Germania continua a giocare un ruolo di primo piano (quasi il 30% dei flussi stranieri), seguito da USA e Francia. Solo al quarto posto troviamo il Regno Unito, che pesa soltanto per circa il 6%.

A livello regionale, infine, sono solo due le aree che dipendono prioritariamente dai flussi UK: Valle d’Aosta (soprattutto nel periodo invernale) e Campania per le quali è il primo mercato estero. Per Lombardia, Lazio e Sicilia, invece, gli effetti potrebbero essere molto più modesti visto che il Regno Unito è solo il terzo mercato con quote molto più contenute. Per le restanti regioni, il mercato della sterlina è ancora più marginale.