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La classifica di Simon Anholt misura i contributi dei Paesi al benessere mondiale: l’Italia sale di due posizioni dal 2014, nonostante i ritardi in alcuni ambiti


good country index 2016“Quanto è ‘buono’ il tuo Paese?”: è da questa domanda che nel 2014 è partito il “Good Country Index” di Simon Anholt, di cui è appena stata pubblicata la classifica aggiornata. In vetta la Svezia, l’Italia è 18esima su 163 nazioni, dietro l’Australia e davanti al Giappone.
Ma che cosa significa misurare e classificare quanto è buono uno Stato? Simon Anholt, il creatore del Good Country, è uno dei più noti consiglieri dei governi mondiali nelle politiche di competitività nel mercato globale, avendo lavorato per una cinquantina di Stati. L’index che ha messo a punto dopo anni di esperienza internazionale misura in sostanza il contributo che i singoli Paesi portano allo sviluppo globale. Ovvero l’impatto nel resto del mondo delle azioni politiche portate avanti da ciascun Paese, nei 7 diversi ambiti analizzati dal GCI: scienza e tecnologia, cultura, pace e sicurezza internazionale, ordine mondiale, pianeta e clima, prosperità ed equità, salute e benessere.
Questa classifica, introdotta nel 2014 da un Ted talk dello stesso Anholt (guarda il video), mira quindi a definire quanto ogni Paese faccia bene al resto del mondo. E se nel 2014 la top 3 era occupata da Irlanda, Finlandia e Svizzera, oggi il podio vede al primo posto la Svezia, seguita da Danimarca e Paesi Bassi.
Fuori dal podio, ma nei primi dieci posti, si piazzano poi Regno Unito, Germania, Finlandia, Canada, Francia, Austria e Nuova Zelanda, con Irlanda e Svizzera scivolate all’undicesimo e dodicesimo posto. Per quanto riguarda l’Italia, se nella versione 1.0 del Good Country Index occupava il 20° posto, nella classifica 1.1 uscita nei giorni scorsi il nostro Paese ha guadagnato due posizioni salendo al 18° posto (clicca sull'immagine a destra per ingrandire la classifica).
Nelle sottocategorie che compongono il verdetto finale, l’Italia si classifica 40ª per scienza e tecnologia, segmento che tiene in considerazione il numero di studenti stranieri che studiano nel nostro territorio, l’esportazione di giornali e periodici, le pubblicazioni scientifiche internazionali, i premi Nobel e il numero di brevetti: in questo caso il primo posto parziale è del Regno Unito, seguito da Austria e Repubblica Ceca.
Per quanto concerne il contributo globale alla cultura, l’Italia è 35ª. Questa categoria tiene conto di esportazione di prodotti e servizi creativi, i ritardi sui parametri UNESCO, le restrizioni per i visti d’ingresso e la libertà di stampa: qui primeggiano Lussemburgo, Belgio e Svezia.
Il fattore “International peace & security” tiene conto delle truppe impegnate in missioni di pace all’estero, gli arretrati sui budget ONU per il peace keeping, la partecipazione a conflitti violenti internazionali, le esportazioni di armi e la sicurezza di Internet. In questo caso l’Italia è al 74° posto, sul podio ci sono Sudafrica, Egitto e Uruguay.
“World order” tiene invece conto delle persone che fanno beneficenza e volontariato, del numero di rifugiati ospitati e di persone costrette a scappare dal proprio Paese per rifugiarsi all’estero, dell’andamento delle nascite e del numero di trattati ONU firmati. L’Italia ottiene un buon 16° posto, ai primi tre ci sono Austria, Germania e Danimarca.
Relativamente ai contributi per la salute del pianeta e del clima, le politiche considerate riguardano l’impatto di sostenibilità ambientale, la ri-forestazione dal 1992, le esportazioni di pesticidi inquinanti, le emissioni di CO2 e il consumo di sostanze che danneggiano l’ozono. L’Italia ha un lusinghiero 5° posto, dietro a Islanda, Norvegia, Svizzera e Portogallo.
Il nostro Paese è invece al 42° posto per “Prosperity & Equality”, che misura la facilità di commerci internazionali, il numero di volontari ONU in missioni all’estero, il mercato equo e solidale, gli investimenti diretti all’estero, il contributo alle operazioni di sviluppo. A primeggiare sono Svezia, Svizzera e Danimarca.
Infine, per “Health e wellbeing” sono considerate le politiche di aiuti alimentari, le esportazioni di farmaci, le donazioni di eccedenze all’Organizzazione mondiale della Sanità, gli aiuti di donazioni umanitarie e la conformità alle regolamentazioni Oms sulla sanità pubblica. In questo caso l’Italia è 20ª, mentre le prime tre posizioni sono appannaggio di Svezia, Regno Unito e Canada. A livello generale, gli ultimi tre posti sono occupati da Mauritania, Guinea Equatoriale e Libia.
“È importante notare che la performance dei Paesi più piccoli tende a essere più ‘volatile’, inevitabilmente soggetta ai fattori accidentali che fanno una grande differenza” ha spiegato Anholt a commento del Good Country Index 2016. “La maggior parte dei nostri problemi si sta pericolosamente moltiplicando a causa della globalizzazione. I governi devono capire che non sono solo responsabili per i rispettivi elettori e contribuenti, ma per tutti gli esseri viventi del pianeta” ha concluso Anholt.

Per la classifica completa: http://goodcountry.org/index/overall-rankings