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Attendibili fino a un certo punto e fuorvianti rispetto agli obiettivi che dovrebbe porsi l'Italia: non è il caso di farsi prendere dallo sconforto quando guardiamo le graduatorie in cui il nostro Paese va "sempre più giù", neanche se a superarci è la Germania

 

 

Siamo a fine ottobre, abbiamo ancora un paio di mesi o poco più prima di essere travolti dalle classifiche sul turismo internazionale. I titoli dei giornali, pressappoco, saranno i soliti: "Italia sempre più giù", "Il Belpaese non piace più ai turisti stranieri" e poi l'immancabile "Superati anche da...".

Nell'ultimo caso, il tam tam è già iniziato, e il Paese che ci avrebbe superato è la Germania, grazie anche al venticinquennale della caduta del Muro berlinese. "Com'è possibile che l'Italia riceva meno turisti della Germania?" è il commento che sorge spontaneo, sia in chi legge certe notizie sia in chi le scrive su testate giornalistiche non di settore. Da questi commenti allo sconforto e alla rabbia il passo è breve, ma non è proprio il caso. Perché è sotto gli occhi di tutti che il nostro Paese ha moltissimo da offrire ai viaggiatori di tutto il mondo: storia, cultura, arte, mare, montagna, campagna, enogastronomia e qualunque altro elemento di attrazione per potenziali visitatori. Ma allora perché perdiamo terreno?
Ecco, prima di disperarsi è il caso di tenere bene a mente due cose: le classifiche non sono oro colato e l'Italia non deve puntare al primo posto quantitativo.
Sul primo fattore si è recentemente espresso Antonio Preiti, direttore di Sociometrica e autore di un blog sull'Huffington Post che dovrebbe essere letto da tutti coloro che lavorano nel turismo, o per dirla con la terminologia di Preiti nell'industria dell'ospitalità. "Se si considera che vengono classificati come turisti internazionali anche coloro che non dormono a Parigi, ma semplicemente transitano dall'aeroporto di Charles de Gaulle, allora forse non sono i primi" ha scritto Preiti riferendosi alla Francia, che secondo le classifiche dell'UNWTO è il Paese con più visitatori, pur avendo un numero di camere d'hotel sensibilmente inferiore a quello italiano o statunitense.
Le classifiche sono indicatori che hanno un peso, certo, nessuno dice che siano da buttare. Ma considerata l'arbitrarietà nel trattamento dei dati in ogni Stato è il caso di non appigliarsi alle graduatorie come se fossero l'unico elemento da considerare.
Anche perché, e arriviamo al secondo punto, l'obiettivo principale cui deve tendere l'Italia per essere pienamente soddisfatta delle proprie performance turistiche non è il primo posto per turisti stranieri accolti. Non dobbiamo aspirare a ricevere più turisti di tutti, insomma, ma a guadagnare di più dai visitatori che scelgono l'Italia.
Non si può puntare all'infinito verso la crescita quantitativa. Anzi, ci sono città (da Venezia a Roma passando per Firenze) dove si è già compreso che a lungo termine ricevere sempre più visite comporta problemi e disagi per i residenti, per i beni culturali o paesaggistici, e quindi per l'attrattività turistica. Certo, l'Italia è grande e ci sono tantissimi posti che possono, vogliono e devono accrescere i flussi internazionali di turisti. Ma in generale, il nostro Paese deve impegnarsi per far spendere più soldi ai nostri ospiti. Dobbiamo lavorare quindi per offrire servizi più efficienti, in ogni ambito di quella che è l'esperienza turistica. Migliorando l'offerta si può pretendere un compenso maggiore, all'altezza del nostro fascino. Perché i turisti non vengono in Italia per i prezzi bassi, ma per il nostro patrimonio unico al mondo, per il quale sono disposti a pagare bene. Non siamo un'offerta speciale né una moda passeggera.
E poi, diciamolo: non esistono turisti che scelgono la meta di un viaggio in base alla classifica sugli arrivi internazionali.

 

Claudio Pizzigallo - Marketingdelterritorio.info

Twitter @pizzi_chi

 

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