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"La parola cultura deve necessariamente partire dalla formazione: è meglio fare un nuovo evento in piazza o aumentare gli stipendi agli insegnanti ai fini della crescita? Con un nuovo evento in piazza, anche se culturale, si aumenta la domanda locale per qualche tempo, ma l'alternativa di dare soldi alla scuola e alla ricerca non è forse più importante per il futuro dell'Italia?".


E poi: "Il problema dell'Italia è che il mondo della formazione in genere e quello dei beni culturali sono due mondi che non si toccano, non si parlano".
Sono le parole di Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia, ad aprire la lunga inchiesta de la Repubblica "Senza arte né parte", dedicata al difficile rapporto tra gli italiani e la cultura. Parole, quelle di Baratta, che toccano diversi nervi scoperti del nostro Paese e del suo odio-amore per lo sterminato patrimonio culturale.
In un Paese dove solo il 28% degli abitanti visita almeno un museo all'anno, come riporta un articolo di Giuseppe Erbani, a prevalere infatti è spesso l'idea che "il nostro petrolio" debba essere piazzato agli stranieri, secondo una "equazione nefasta" che contrasta con il dato di fatto per il quale i viaggiatori amano solo quello che viene amato anche dalla gente del posto.
Eppure, come scrive Valentina Bernabei, "una ricerca svela che gli introiti di musei e siti archeologici di fatto raddoppiano con l'indotto dell'accoglienza e dell'artigianato". Nel 2012 la filiera culturale ha generato 214,2 miliardi di euro, pari al 15,3% del Pil, "ma ci si ostina a non investire negli spazi espositivi che spesso sono chiusi o irraggiungibili".
"Con il decreto Valore Cultura abbiamo cambiato strada" dice il ministro Massimo Bray, mentre lo storico dell'arte Salvatore Settis denuncia che "stiamo vivendo un periodo buio in termini di crisi economica e questo, sicuramente, va a discapito del nostro patrimonio artistico che necessita di adeguate tutele e in certi casi d'interventi urgenti". Per l'Unesco l'Italia detiene il più alto numero al mondo di beni patrimonio dell'umanità (ben 49), ma ciò che destina alla cultura è appena l'1,1% del Pil, contro il 2,2% medio dell'Ue.
"Tranne alcune singole eccezioni, fra le quali rientra l'attuale ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Massimo Bray, constato che la politica non tenga assolutamente conto delle oggettive problematicità del paese" afferma Settis, che rivendica l'importanza "di circa 30mila associazioni impegnate nella tutela dei Beni Culturali. Una moltitudine composta da 4-5 milioni di italiani che autonomamente tenta con le proprie forze - e in molti casi riesce - a salvare segmenti importanti del nostro patrimonio artistico e paesaggistico: un bosco, un tratto di costa, un monumento".
E allora, come fare per invertire la rotta?
"È evidente che la cultura dei musei è legata al turismo, all'afflusso alle diverse regioni" spiega il critico d'arte Vittorio Sgarbi. "La Toscana, come anche il Veneto e la Lombardia, sono le tre regioni più importanti perché lì la cultura dei musei rende più fluido e normale il rapporto della gente con l'arte".
Servirebbe, come spiega un articolo di Dario Pappalardo, attivare un dialogo permanente fra musei e territorio: "Non si può vivere di soli eventi. In Italia ogni anno si inaugurano più di seimila mostre, una ogni 45 minuti, ma tutte insieme non fanno il successo del sistema. In mancanza di fondi statali la strada da seguire è quella di un rapporto profondo fra le istituzioni culturali e i loro potenziali frequentatori".
E per chiudere il cerchio forse conviene tornare alle parole di Baratta, al suo discorso sulla formazione, tanto da pensare che "l'investimento più importante che dobbiamo fare è nel cervello delle generazioni future e dei giovani di questo Paese".

 

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Il peso della cultura nel Pil italiano

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