fbpx

Intervista ad Alessandro Mandraccio, pescatore di Finale Ligure, tra turismo, ambiente marino e sanità

Tutti conoscono la storia di Santiago, il vecchio pescatore cubano protagonista di uno dei romanzi più famosi della letteratura del Novecento. Scritta nel 1951, “Il Vecchio e il Mare” è stata l’ultima grande opera narrativa di Ernest Hemingway pubblicata in vita, fu premiata col Premio Pulitzer e contribuì a far ottenere allo scrittore americano il Premio Nobel per la Letteratura. Santiago, colpito dalla sfortuna, rimane ben 84 giorni in mare, non pesca nient’altro che i suoi pensieri ed è ridotto quasi alla miseria.

Ma che cosa potrebbe succedere al nostro territorio e all’economia se i mari dovessero inaspettatamente privarsi della fauna marina come è accaduto al protagonista di questa incredibile storia?

Per scoprirlo abbiamo fatto quattro chiacchiere con chi di mare, a Finale Ligure, se ne intende e della sua passione ha fatto un vero e proprio mestiere.

“Una passione nata da bambino”, Alessandro Mandraccio racconta che scappava di casa per andare in spiaggia con la sua prima canna da pesca. Un amore trasmesso dal nonno, antico pescatore di Genova che lavorava nei cantieri navali, al padre. Crescendo, Alessandro ha sperimentato diverse tecniche per poi approdare alla pesca subacquea, sua prediletta, grazie al suo primo fucile e una barchetta, che oggi solca il mare manovrata dal figlio Mattia, ultimo depositario dei segreti di famiglia.

Alessandro non ha orari e cerca di coniugare il suo lavoro con la sua passione, infatti è il titolare della pescheria Sapore di Mare di Finale Ligure, della Trattoria e del Bistrot sempre targati Sapore di mare, e appena ha un momento libero – inverno o estate che sia – una volta fuori dal suo negozio si infila la muta per immergersi in un luogo davvero suo. Tuffarsi in mare aperto significa varcare la soglia per un altro mondo e, a differenza delle tipologie di pesca fuori dall’acqua, si ha la possibilità di vedere il fondale, la fauna e la flora marina con i propri occhi, e capire cosa succede al di là dei nostri elementi naturali, ovvero terra e aria. Alessandro è un uomo molto sensibile, lo si nota dai suoi occhi attenti, che scintillano quando parla del suo lavoro.

La quarantena ha imposto al mondo intero uno stop totale che riguarda anche la pesca, la logistica e i trasporti e, ultimo ma non meno importante, il turismo. Anche lui ovviamente è rimasto a casa ma con un pensiero fisso: cosa starà succedendo nei suoi mari? La risposta si è palesata davanti ai suoi occhi il 4 maggio, dopo il decreto che ha consentito di andare a pescare al mare, nei fiumi e nei laghi sul territorio della regione. Alessandro ha avuto quindi la possibilità di vedere con i propri occhi come la natura ha beneficiato del blocco della pesca intensiva, ovvero la cosiddetta pesca a strascico che provoca i danni peggiori, e la pesca di posta, ovvero gli sbarramenti formati da reti chiamate tremagli. La mancanza di ogni tipo di frequentazione delle acque ha donato ai pesci sollievo, ogni specie ha avuto la possibilità di arrivare vicino alla riva o nelle acque meno profonde per cibarsi.

“Ci vorrebbe una quarantena ogni anno” ha aggiunto Aleessandro; e nonostante il ragionamento possa essere controproducente per la sua attività, ne è fermamente convinto. “Esiste il fermo pesca, è vero, ma dura solo trenta giorni e viene fatto dal 15 settembre al 15 ottobre e vale solo per la categoria di pesca a strascico, se l’obiettivo è quello di salvaguardare ogni specie è necessario che gli si conceda l’opportunità di potersi riprodurre, di crescere in tranquillità e di non rischiare l’estinzione. Oggi il tonno rosso del Mediterraneo (Thunnus thynnus), ad esempio, è una delle specie protette, nonostante questo viene pescato con mezzi all’avanguardia come sonar sofisticati, aerei che volando a pelo d’acqua cercano il branco che, una volta individuato, viene segnalato ai pescherecci per accerchiarlo e catturarlo nel modo più rapido possibile”. Dalle parole di Alessandro sembra si parli di vere e proprie battaglie per abbattere un esercito di tonni, ma non stiamo parlando di guerra bensì di tecniche di pesca consentite in determinati periodi all’anno per raggiungere determinate quantità di pescato. “Senza una regolamentazione più estesa è molto probabile che anche specie come il pesce spada rischi di scomparire nei nostri mari” aggiunge il saggio pescatore.

Spesso parlando di ambiente e di inquinamento è facile che l’attenzione cada soprattutto sul discorso legato ai rifiuti di plastica nei nostri mari: quello che emerge dalle parole di un pescatore esperto, che vive e lavora tutti i giorni con dedizione nella sua attività, è che esiste un altro tipo di “inquinamento”, più subdolo, ovvero quello che potremmo paragonare a all’inquinamento acustico e luminoso delle grandi città, allo stress dovuto al traffico, al “logorio della vita moderna” dovuto alla frenesia e all’iper connessione. Ciò che colpisce di più delle descrizioni dei fondali finalesi è la grandissima differenza che c’è tra il comportamento dei pesci e la loro forma fisica prima e dopo il lockdown: “Il pesce, se non è messo sotto pressione come al solito, ha la possibilità di alimentarsi anche in zone che solitamente evita a causa delle reti o del traffico marino. Può quindi crescere sano, forte e prendere peso. Pescando mi capita spesso di trovare pesce stressato, le orate molto magre per esempio: le riconosci perché hanno la testa grossa e il corpo sottile. Noi in gergo le chiamiamo 'coltelli' perché troppo magre. Ciò che dà il colpo di grazia alle specie è infine la pesca effettuata durante la stagione dell’accoppiamento e della deposizione di uova. Nonostante io sia un pescatore che per vivere vende ciò che il mare gli offre, sono favorevole alla limitazione del traffico nei mari e a sessioni più estese di fermo pesca poiché il mare ne gioverebbe in termini di inquinamento, di conseguenza anche la qualità del prodotto che finisce direttamente sulle tavole di casa oppure nella mia trattoria aumenterebbe”.

Dalle ultime parole di Alessandro emerge in modo evidente un paragone tra la vita dei pesci limitati dalla pesca intensiva e dal traffico marino, e le lunghe settimane di quarantena che abbiamo sperimentato tutti sulla nostra pelle. La difficoltà di una vita limitata, segregata tra quattro mura di casa, la mancanza di luce solare e di vita sociale, tutti elementi stressanti che hanno influito negativamente sulla qualità della nostra vita.

“Tanti pesci così come oggi non li ho mai visti sott’acqua, pesci che prima erano innervositi, patiti. Io sono dell’idea che questi animali debbano essere rispettati sia da vivi che da morti. Questo lo dico anche a causa degli enormi sprechi che tutti i giorni avvengono nei nostri mercati”. Commercio, ristorazione, turismo, ma anche territorio e la qualità della vita delle persone gioverebbero dall’attenzione che potremmo dedicare a quella distesa di acqua salata ricca di vita e pulsante di storie.

Ritornando alla trama del romanzo “Il Vecchio e il mare”, se Santiago avesse navigato nei mari dopo un lockdown avrebbe sicuramente pescato il suo Marlin nel giro di pochi giorni e, forse, non ci avrebbe regalato una delle storie che narra il rapporto tra l’uomo e la natura più profonde di sempre. C’è da dire però che senza natura sarebbe difficile immaginare semplicemente il mondo come lo conosciamo.

Teresa Principato

Mattia Muscatello

Twitter @mattiamuscatell  

 

 

 

Questo sito utilizza cookie tecnici che ci consentono di migliorare il servizio per l'utenza. Per ulteriori informazioni leggi la nostra Cookie e Privacy Policy. Leggi di più