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Lo stato dell'arte in Italia: tra i traslochi di capolavori, nasce una coalizione per dare un futuro al contemporaneo


Lo stato dell'arte delle arti in Italia sembra vivere una lacerazione che si muove su una grande dicotomia: moderno contro contemporaneo. Il dibattitto sul traslocare o no i Bronzi di Riace a Milano per l'EXPO, ipotesi che pare definitivamente tramontata, ha scatenato una riflessione di Vincenzo Trione sulla Lettura del Corriere della Sera di domenica scorsa: essere o no d'accordo sulle tournée mondiali delle opere d'arte? Trione parte da un assioma di Francis Haskell nel saggio La Nascita delle Mostre: "Nel nostro tempo, i direttori dei musei non possono più dedicarsi solo al benessere delle opere e allo studio, ma devono essere dotati di buone relazioni politiche; avere estro e fiuto per il marketing; e soprattutto talento nel reperire prestiti". Astraendoci dal dibattito sull'etica curatoriale, delle "rimozioni" e delle sfide alle "ortodossie interpretative" di un museo, un manager o un curatore, si può certamente affermare che le grandi mostre dei maestri della modernità della recente stagione hanno portato buona promozione e ricchezza alle città che le hanno ospitate. A Bologna, per esempio, per l'orecchino di perla della ragazza di Vermeer sono arrivate oltre 300.000 persone e un impatto economico di 89 milioni di euro (cifre Genius Bononiae, il promotore). Da qualche settimana, per le nostre città è un gran traffico di capolavori dell'arte moderna che si spera possano portare gli stessi numeri e benefici dell'orecchino di perla: a Palazzo Reale a Milano per la "più grande retrospettiva mai dedicata in Italia" a Marc Chagall, come nel viaggio dei quadri di Frida dalle Scuderie del Quirinale a Roma a Palazzo Ducale a Genova, dove saranno raggiunti dalle opere di Diego Rivera, compagno di vita della pittrice messicana, e così come per Roy Lichtenstein che da venerdì scorso è alla GAM di Torino, segnando la continuità con il grande evento annuale della città dopo i successi di Degas e Renoir, prestiti della Gare D'Orsay e dell'Orangerie, in attesa dell'arrivo di Monet a inizio 2015.
Ma la tensione è nella teoria: che cosa raccontano queste mostre del nostro tempo e della nostra società e della nostra storia? Poco. È certamente vero che questi top player dell'arte si trasformano in magneti e cartoline da appendere sul frigorifero, in alberghi pieni e in un generale benessere per il tessuto delle economie ricettive dei territori, ma a mancare è la visione strategica sulla relazione tra arte e contesto. E sulla comprensione della funzione dell'arte contemporanea, come ha scritto sempre Vincenzo Trione la settimana precedente sulla Lettura. Dopo i primi anni Duemila in cui le amministrazioni delle città hanno elargito milioni per provare a "colmare" il gap con le grandi istituzioni del contemporaneo internazionali e sono sorti musei come il MaXXI a Roma e il Madre di Napoli, oggi a causa della contrazione delle risorse pubbliche i musei contemporanei italiani (su tutti il Castello di Rivoli) fanno grossa fatica a costruire programmazioni pluriennali, mantenere i dipendenti per la ricerca e le attività didattiche. Nell'auspicare una maggior integrazione tra pubblico e privato, il ministro Franceschini ha forse dato il la a una nuova formula subito messa in pratica da quelle fondazioni private che in Italia sono i grandi promoter, ricercatori, espositori della sintassi dell'arte contemporanea.

 

La scorsa settimana, nei giorni in cui alla Reggia di Venaria si sono riuniti i rappresentanti istituzionali della cultura di 25 Paesi europei, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino è nato il Comitato promotore per le Fondazioni Italiane d'Arte Contemporanea (vedi foto a lato). La rete della Fondazioni è un nuovo organismo che si prefigge di valorizzare l'insieme di vocazione e competenze che le singole realtà – la Fondazione Brodbeck di Catania, Cittadellarte Fondazione Pistoletto di Biella, le fondazioni romane Giuliani, Memmo, Nomas Foundation, Pastificio Cerere, la Merz di Torino, la Morra Greco di Napoli, Palazzo Grassi- Fondazione Pinault Collection di Venezia, la Antonio Ratti di Como, la Remotti di Camogli, Genova, la Spinola Banna per l'Arte di Poirino e la Fondazione Nicola Trussardi – da anni assicurano nel campo delle mostre, del sostegno alle giovani generazioni artistiche nazionali ed internazionali, del rapporto con i pubblici e le comunità locali. La fondazione delle fondazioni può diventare un modello, costruire una sorta di museo diffuso del contemporaneo, per mettere in sinergia i territori e condividere insieme la valorizzazione e la promozione dei linguaggi contemporanei e la formazione degli artisti e curatori del futuro. Coloro che un giorno saranno i protagonisti nei musei e riempiranno gli alberghi delle nostre città.

 

Pietro Martinetti - Marketingdelterritorio.info

Twitter @PietroMartinett

 

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